Conferenza – Guerra e imperialismo: la prima guerra mondiale. Le reali cause del conflitto e le convergenze con la situazione odierna.

10655455_789115541134791_2719629623994892178_oA cento anni dallo scoppio della “Grande Guerra” il contesto geopolitico internazionale sembra ripresentare preoccupanti similitudini con la tragiche vicende dello scorso secolo: crisi economica e finanziaria, crescita dei nazionalismi, sconvolgimenti territoriali, ma anche l’affacciarsi sulla scena internazionale di nuove potenze e il declino di quelle precedentemente egemoni. Il Movimento Svizzero Per la Pace – Gruppo della Svizzera Italiana (MSP), consapevole della necessita di conoscere le dinamiche delle vicende del passato per comprendere gli odierni venti di guerra, ha organizzato una conferenza incentrata sulla prima guerra mondiale.

 Con questo evento il MSP si è proposto di uscire dal campo della mera commemorazione e rifuggire analisi decontestualizzate, che purtroppo hanno in buona parte caratterizzato questo centenario, per fornire una prospettiva d’insieme utile a comprendere anche le attuali dinamiche conflittuali. La correlazione fra la crisi economica strutturale e l’aumento dell’aggressività  delle potenze imperialiste per mantenere il controllo delle risorse e l’egemonia geo-politica globale sembra essere in questo senso un tratto che caratterizza sia la prima guerra mondiale che la nostra epoca. In un periodo dove anche le istanze progressiste occidentali, o sedicenti tali, faticano a sfuggire alla logica della “guerra umanitaria” (scelta peraltro simile a quella a favore della guerra operata dalla maggior parte della social-democrazia europea nel 1914) risulta fondamentale per il movimento pacifista saper mettere in campo strumenti analitici adatti a comprendere i reali interessi che muovono gli eserciti e a identificare con chiarezza le forze che spingono verso la guerra.

Di seguito gli interventi dei relatori:

 Massimiliano Ay

Care amiche, cari amici, compagne e compagni, ringrazio Nicolas Fransioli e il Movimento Svizzero per la Pace per l’invito e vorrei iniziare con due elementi a mio giudizio fondamentali per parlare, o meglio, per lanciare due spunti di riflessione e discussione sulla Prima Guerra Mondiale.

1) Il primo aspetto è il tradimento della Socialdemocrazia. Con la Prima Guerra Mondiale muore infatti la Socialdemocrazia perché si affossa l’Internazionale. Dopo anni in cui si cantava “non più nemici, non più frontiere” la SPD, il maggior partito socialista d’Europa manda i proletari tedeschi ad ammazzare i proletari francesi. Su questo aspetto è lucidissima la risposta di Vladimir Lenin (1917) che dirà: “chi accetta la difesa della patria nella guerra in corso si trasforma in complice della propria borghesia nazionale, che è palesemente imperialista anche in Svizzera, in quanto legata finanziariamente alle grandi potenze e coinvolta nella politica imperialista mondiale. Chi respinge la difesa della patria nella guerra in corso distrugge la fiducia del proletariato nella borghesia e aiuta il proletariato internazionale a lottare contro il dominio della borghesia”.

2) Il secondo aspetto è il momento importante del 25 dicembre 1914, il giorno di Natale, quando i soldati sul fronte franco-tedesco, dopo sei mesi di guerra, saltano fuori dalla trincee non perché fossero tutti cristiani ma perché le masse proletarie e spesso analfabete, tanto cattoliche o protestanti, quanto i moltissimi aderenti ai partiti socialisti europei, colgono l’occasione, in barba ai dirigenti socialisti diventati sciovinisti, di mettere in pratica una strepitosa azione di pace e di boicottaggio della guerra, solidarizzando fra loro. Un fatto che naturalmente fa infuriare i vertici militari che reagiscono con i plotoni d’esecuzione, ma che convince i più illuminati fra i socialisti europei (e fra questi proprio coloro che ne usciranno per fondare i primi partiti comunisti) a dar vita a incontri fra i militanti dei partiti operai di diverse nazioni, dove emergono nomi quali quelli di Rosa Luxemburg e di Karl Liebknecht. In riferimento a ciò sempre Lenin (1916) avrà modo di affermare: “gli operai e i contadini si farebbero uccidere in questa guerra non per i loro interessi o per la democrazia, ma per gli interessi della borghesia imperialista. I socialisti svizzeri, come quelli degli altri paesi progrediti, possono e devono accettare la difese militare della patria solo dopo che questa patria sarà stata trasformata in senso socialista, cioè possono e devono accettare la difesa della rivoluzione proletaria, socialista, contro la borghesia”.

Questi aspetti sono questioni centrali spesso sottovalutate pure dalla storiografia marxista e che invece andrebbero tenute meglio in considerazione.

Ma visto che abbiamo parlato di Luxemburg e di Liebknecht e abbiamo denunciato il tradimento dell’Internazionale Socialista, appare utile cercare di indagare come la questione militare fosse vista fra i primi fautori del socialismo scientifico.

Mi riferisco a Friedrich Engels, che con Karl Marx ne fu il fondatore. Nel suo saggio “Il socialismo in Germania”, uscito nel dicembre 1891 sull’Almanch du parti ouvier, Engels analizza il crescente consenso elettorale della Socialdemocrazia tedesca come un fattore che determinerà una maggioranza socialista anche all’interno delle forze armate, essendo queste ultime organizzate, appunto, sul principio della leva obbligatoria: “Si diventa elettori a 25 anni, soldati a 20; ma proprio perché noi reclutiamo i nostri adepti soprattutto fra i giovani, se ora abbiamo già un soldato su cinque, ben presto avremo un soldato su tre; e intorno al 1900, l’esercito – prima tipico elemento prussiano del nostro paese – diventerà in maggioranza socialista. Anche il governo se ne accorge, ma non può fare nulla.” Questo passaggio di Engels, altamente ottimista quanto profondamente ingenuo, porta a un vicolo cieco strategico, secondo il quale il movimento operaio conquisterà il potere quasi per un fattore spontaneo e naturale. Engels sembra qui scordarsi di prendere in considerazione il fatto che la società si sviluppa in modo dialettico, così come fa lo stesso dominio di classe. Per riprendere Antonio Gramsci potremmo parlare del consolidamento di un potere “massiccio” della borghesia moderna, la quale – da quel dato momento – può contare su nuovi strumenti che le garantiscono quella che lo storico Luciano Canfora definisce una “salda presa sulla società”, un potere fondato “sulla centralità della casta militare”. Non è certo per ingenuità o per costrizione, insomma, che la classe dirigente permette, anzi obbliga (!) la classe subalterna ad “armarsi”: a differenza di qualche utopista che sogna l’insurrezione rivoluzionaria del proletariato con il fucile d’ordinanza, la borghesia è ben consapevole del fatto, che i rischi che potrebbe comportare il fornire un addestramento militare alla classe operaia possono essere facilmente controllati e, anzi, rivoltati a proprio favore.

Engels apparteneva a un’altra generazione e non capiva appieno il mondo che stava cambiando nell’epoca della lotta fra imperialismi e in cui la democrazia sarebbe diventata superflua. A onor del vero, lo stesso Engels aveva intuito che sarebbero stati proprio i borghesi (i cosiddetti “partiti dell’ordine”), prima o poi, a spezzare “la legalità divenuta loro così fatale”, ma non gli era affatto chiara quale sarebbe stata, a quel punto, la risposta del movimento operaio; così come gli era sconosciuto il fatto che la classe operaia delle varie nazioni, imbrigliata negli eserciti di leva, non avrebbe avuto modo di giocare alcun ruolo progressista e, anzi, con il tradimento successivo dei partiti socialdemocratici che appunto votarono i crediti di guerra  sarebbe finita con lo spararsi vicendevolmente nel nome del particolare nazionalismo di ciascuna patria. In tempi successivi a quelli vissuti da Engels, l’umanità avrebbe tragicamente conosciuto il fascismo e oggi le politiche securitarie e il ritorno in voga di visioni manichee della realtà trasmesse attraverso la scuola, la scuola reclute e i mass-media.

Ma se Engels la pensava così, anni dopo fu Liebknecht a entrare in contesto con il maestro. Karl Liebknecht, giovane deputato socialista e futuro fondatore degli Spartachisti precursori del successivo Partito Comunista di Germania (KPD), non condivise le previsioni di Engels. Egli riconobbe, infatti, che un’epoca nuova si stava per aprire: quella che avrebbe unito un nuovo militarismo di massa con l’evolversi delle contraddizioni inter-imperialiste. La nuova fase storica riconosciuta da Liebknecht è quella caratterizzata – per dirla con Luciano Canfora – dagli “effetti capillari di asservimento nei confronti di ciascun cittadino, attraverso la poderosa macchina del servizio militare, da parte dei ceti dirigenti”.

Uno dei miti della socialdemocrazia coeva era la trasformazione dell’esercito (borghese) in una milizia (proletaria). A cogliere i limiti di tale impostazione fu proprio il futuro compagno di Rosa Luxemburg: nel capitalismo, infatti, le forze armate hanno un ben definito compito repressivo e di classe! Nel suo saggio “Militarismo e antimilitarismo con particolare riguardo al movimento giovanile internazionale”, pubblicato nel 1907 e la cui diffusione gli costerà oltre un anno di carcere (prima di essere assassinato nel 1919 anche per responsabilità dei traditori socialdemocratici), Liebknecht scriverà: “Si cerca di domare gli uomini come si domano le bestie. Le reclute narcotizzate, confuse, lusingate, comprate, oppresse, imprigionate, trascinate e bastonate; così si mescola e si impasta, granellino per granellino, il cemento per la poderosa costruzione dell’esercito; così si lega pietra a pietra per la costruzione del baluardo contro la sovversione (…). A produrre la necessaria docilità e arrendevolezza della volontà serve l’osservanza scrupolosa del regolamento, la disciplina da caserma, la santificazione della divisa dell’ufficiale e del sottufficiale, che in molti settori appare veramente come legibus soluta e sacrosanta, in breve la disciplina e il controllo che stringono in un morsa di ferro il soldato in tutto ciò che fa e pensa, dentro e fuori il servizio. E a questo punto il singolo viene così indelicatamente piegato, tirato e storto in tutte le direzioni che anche la spina dorsale più solida corre il pericolo di rompersi, e o si piega o si spezza.”.

Al di là della prosa del tempo, Liebknecht riconosce lucidamente il ruolo dell’esercito di massa, attraverso il servizio militare obbligatorio, come una fucina interclassista del consenso nei confronti della borghesia. In pratica risponde indirettamente a Engels: se a livello puramente numerico e di composizione di classe l’esercito tedesco è effettivamente “rosso”, in realtà per l’impreparazione politica delle giovani reclute, l’influenzabilità di ragazzi di 18-20 anni e la poderosa macchina propagandista dell’esercito, questo rafforza unicamente il controllo che la borghesia dispone delle larghe masse subalterne.

L’analisi di Rosa Luxemburg su questo aspetto va per certi versi oltre Liebknecht, riconoscendo il peso sempre più grande che l’apparato militare raggiunge nell’economia liberale “in ragione dell’incremento considerevole delle spese militari e del formidabile sviluppo tecnico degli armamenti, che generano una parte sempre più importante del plusvalore capitalista”. In questo senso, secondo la rivoluzionaria polacco-tedesca “il servizio militare universale non servirebbe ad altro che a rendere ancora più evidenti le contraddizioni dello stato di classe, dove una minoranza dominante impiega una parte del popolo contro gli interessi di quello stesso popolo”. Addirittura l’esercito di leva prussiano aveva introdotto ore di istruzione contro il partito socialdemocratico quale parte integrante dell’addestramento delle reclute di estrazione operaia. Situazioni simili, peraltro, sono a tutt’oggi visibili, anche se espresse in modo più subdolo e apparentemente meno fazioso: in Svizzera, ad esempio, presso la scuola quadri dello Stato Maggiore Generale sita a Kriens (cantone di Lucerna), esiste una “Doktrinstelle”, un ufficio politico preposto alla trasmissione della “dottrina” agli ufficiali che ogni anno si ritrovano con migliaia di nuovi giovani coscritti da omologare. E la dottrina è, naturalmente, quella delle missioni imperialiste cosiddette di “peace keeping”.

Vi rimando a questo punto a una lettura che ritengo fondamentale. Si tratta di “1914” di Luciano Canfora. In questo testo viene ripresa la tesi di Braudel secondo cui in quell’anno l’Europa era sull’orlo della guerra o del socialismo e se andiamo a vedere la situazione in cui si trovavano i partiti operai di allora, capiamo che il ragionamento non è fuori posto. Sappiamo purtroppo però dove si finì: le conteste inter-imperialiste crearono il massacro.

Mi si permetta quindi un paragone con l’attualità. Mi riferisco alla crisi in Ucraina che è stata voluta da Washington per bloccare il rifornimento energetico russo all’Europa, inchiodando così in modo ancora più vincolante il Vecchio Continente al petrolio e al gas nordamericano. In questo modo si tenta di evitare lo sviluppo dell’asse Berlino-Mosca-Pechino che potrebbe accerchiare Washington. Una tesi che il nostro compianto Gianfranco Bellini della sezione “Laika” dei Comunisti Italiani aveva previsto già nel 2011 e che oggi deve ammettere anche “Il sole 24 ore”. Il confronto inter-imperialista non riguarda quindi la Russia, come pensano certi estremisti di sinistra, ma bensì l’imperialismo americano da un lato e quello europeo dall’altro. Una contraddizione che Russia e Cina, abilmente, stanno cercando di favorire così da indebolire le prassi guerrafondaie e neo-coloniali dei paesi occidentali contro i paesi emergenti e non allineati.

In tal senso noi comunisti siamo assolutamente consapevoli che occorre rilanciare il Movimento Svizzero per la Pace in questo 100° anniversario della Prima guerra mondiale e lo facciamo non solo sostenendo le vostre iniziative, ma anche appellandoci ai giovani affinché non diventino complici dell’esercito svizzero alleato della NATO e rifiutino l’arruolamento.

Come Partito Comunista abbiamo osservato infine che la notevole campagna mediatica scatenata contro la Russia, la Cina e altri paesi BRICS (di recente anche il Brasile con la scusa dei mondiali di calcio) si è nettamente intensificata: si stabilisce quindi di impegnare tutti i pacifisti a nuove forme di cooperazione internazionale con i paesi anti-imperialisti.

Roberto Sidoli

La prima guerra mondiale e l’imperialismo: storia e lezioni per il presente

La prima guerra mondiale, il primo conflitto planetario imperialistico non scoppiò nel luglio/agosto del 1914 per errore umano o pura casualità: come ha giustamente notato David Stevenson nel suo libro “La grande guerra” (p. 43), la tesi della guerra per errore “è oggi insostenibile”.

Inoltre la prima guerra mondiale non si sviluppò certo per l’assenza o la scarsità di processi di globalizzazione e di compenetrazione economica tra le nazioni in conflitto, anzi. Sempre Stevenson, lontano anni-luce da qualunque simpatia comunista e marxista, ha tuttavia sottolineato un punto fermo ormai assodato dalla storiografia contemporanea notando che “gli anni che precedettero il 1914 conobbero livelli di interdipendenza economica che non si ripeterono più fino a ben oltre la seconda guerra mondiale” e al 1960/68, visto che proprio nel 1913 le esportazioni/importazioni valevano e pesavano per circa un quarto del prodotto nazionale lordo tedesco, britannico e francese di quel tempo (Stevenson, op. cit., pp. 40-41).

La guerra 1914-18 invece scoppiò principalmente per lo scontro in atto da tempo tra due gruppi imperialisti contrapposti, quello anglofrancese (e russo) e l’alleanza tedesco-austriaca, a causa del loro conflitto insaziabile e antagonista per il dominio politico-economico e per il controllo dei mercati e delle fonti di energia/materie prime su scala europea e mondiale, risultando – come notò giustamente Lenin – uno scontro mortale per decidere quale delle due “bande dei briganti” dovessero egemonizzare il mondo, il blocco anglofrancese o viceversa quello tedesco.

Grazie anche all’eccellente studio del 1993 di Paul Kennedy rispetto all’antagonismo anglo-tedesco, persino alcuni storici anticomunisti negli ultimi decenni hanno in parte dovuto prendere atto della validità dell’analisi leninista rispetto alle cause fondamentali del primo macello planetario, focalizzando a modo loro l’attenzione sulla “weltpolitik” condotta tra il 1890 e il 1914 dai circoli dirigenti dell’imperialismo tedesco, con l’imperatore Guglielmo II in testa in qualità di mandatario politico della frazione politica egemone in quel periodo storico all’interno della borghesia e dell’apparato statale della Germania.

Ad esempio Stevenson, sulla scia di Paul Kennedy, ha posto l’accento sul piano strategico dell’imperialismo tedesco dal 1880 al 1914 e teso a ottenere progressivamente l’egemonia planetaria, focalizzando l’attenzione sulla “nuova iniziativa intrapresa a partire dagli ultimi anni Novanta del XIX secolo, conosciuta come politica mondiale o weltpolitik. La sicurezza continentale ora non bastava più, e Guglielmo II e i suoi consiglieri affermavano con ostentazione il diritto della Germania ad avere voce in capitolo nell’impero ottomano (dove dichiarò di essere il protettore dei musulmani), in Cina (dove la Germania acquisì un diritto sul porto di Tsingtao, nella baia di Chiao Chou) e in Sud Africa (dove Guglielmo II sostenne gli afrikaner contro i tentativi britannici di controllarli, inviando nel 1896 un telegramma di sostegno a Paul Kruger, presidente del Transvaal).

La manifestazione più concreta di weltpolitik furono però le leggi navali del 1898 e 1900. Con l’approvazione del Reichstag, il ministro della Marina di Guglielmo II, Alfred von Tirpitz, iniziò la costruzione di una nuova flotta di corazzate studiate per operazioni nel Mare del Nord”. (D. Stevenson, op. cit., p. 56)

Un’analisi corretta, che tuttavia non prende nel giusto esame anche la weltpolitik opposta e antagonista che era stata condotta dalla borghesia inglese, tesa e finalizzata da secoli al processo di costruzione di un’egemonia britannica su scala planetaria e rispetto a buona parte del mondo extraeuropeo.

Nel 1890-1914, in altri termini, l’imperialismo inglese risultava da tempo come la principale potenza imperialistica su scala mondiale, a capo di una rete planetaria o capillare di oppressione politica e di sfruttamento economico-finanziario che estendeva la sua sinistra tela dal Canada alla Cina e a Honk Kong, passando per buona parte dell’America Latina, dell’Africa e per il controllo dell’intero subcontinente indiano, attuali Pakistan e Sri Lanka inclusi; la weltpolitik inglese, oltretutto più feroce e spietata di quella tedesca, nel periodo precedente all’estate del 1914 aveva l’obiettivo strategico di difendere a qualunque costo l’egemonia coloniale e neocoloniale (ad esempio nei confronti del Portogallo e dell’Argentina di quel tempo) britannica contro quello che dal 1898-1900 risultava ormai il suo nemico principale, l’aggressivo e sempre più potente imperialismo tedesco, anche a costo di allearsi a tal fine con un precedente e scomodo “nemico storico” dell’Inghilterra, e cioè quella Russia zarista con cui Londra  aveva avviato in precedenza una sotterranea ma sanguinosa lotta (il “Great Game”) per l’egemonia sull’Asia centrale, dal 1835 al 1905.

Lo scontro internazionale, divenuto mortale e irreversibile dal 1907 in poi, tra la weltpolitik tedesca e quella speculare dell’imperialismo britannico risulta la chiave di lettura principale delle origini e cause principali della prima guerra mondiale: un’asse e una matrice a cui, dal 1898 in poi, si aggiunsero e aggregarono via via anche gli altri conflitti e contraddizioni interimperialistiche, a partire da quelle esistenti tra Francia e Germania per il controllo dell’Europa occidentale (Belgio e Alsazia – Brena in testa) e tra Russia e Austria, per l’egemonia politica-economica nei Balcani.

Anche lo storico anticomunista N. Ferguson, nel suo libro intitolato “La verità taciuta”, ha riconosciuto in parte tale “fatto testardo” ammettendo che pesanti responsabilità – spesso sottaciute, se non negate del tutto – dell’imperialismo britannico nello e per lo scoppio della prima guerra mondiale.

Andando controcorrente rispetto al trend principale della storiografia occidentale, Ferguson ha notato ad esempio che era scorretta, e in gran parte falsa, la tesi ufficiale dell’imperialismo britannico per cui i suoi circoli dirigenti – allora il governo inglese risultava di matrice liberale ed era guidato da Herbert Asquih, con al suo interno forti personalità quali Winston Churchill (ministro della marina militare britannica) e lord Grey, l’astuto ministro degli esteri di quel tempo – nei fatidici giorni compresi tra il 23 luglio e il 4 agosto del 1914 scelsero di entrare in guerra per difendere il “povero” Belgio, invaso dalla potenza militare tedesca a dispetto della sua neutralità di facciata.

Invece Ferguson dimostrò, in base alle stesse dichiarazioni di Churchill e Grey, come la posta in palio per l’imperialismo britannico risultasse assai diversa e di ben altro spessore, e cioè che a loro avviso la Gran Bretagna “non potesse, per la nostra stessa salvezza e indipendenza, permettere che la Francia fosse sconfitta come risultato di un atto di aggressione da parte della Germania”. Secondo Churchill un tiranno continentale mirava al dominio del mondo. Nelle sue memorie Grey abbracciava le due tesi. «Il nostro ingresso in guerra immediato e compatto», ricordava, «era dovuto all’invasione del Belgio». Ma la mia sensazione istintiva era che dovessimo accorrere in aiuto della Francia. Se la Gran Bretagna fosse rimasta in disparte, allora la Germania avrebbe dominato su tutta l’Europa e l’Asia minore, perché i turchi si sarebbero schierati con la Germania vittoriosa. Stare in disparte avrebbe significato il dominio della Germania, la sottomissione della Francia e della Russia, l’isolamento della  Gran Bretagna, l’odio per lei sia da parte di chi ne aveva temuto l’intervento sia da parte di chi lo aveva desiderato e in ultima analisi che la Germania avrebbe avuto mano libera sul continente. Secondo K. M. Wilson questo argomento egoistico era più importante del destino del Belgio, che era enfatizzato dal governo principalmente per placare gli scrupoli di ministri di gabinetto tentennanti e per tenere l’opposizione al suo posto. Più di ogni altra cosa la guerra fu combattuta perché era nell’interesse della Gran Bretagna difendere la Francia e la Russia e impedire il consolidamento dell’Europa sotto un unico regime potenzialmente ostile.

La posta in palio, come aveva notato giustamente Lenin dal suo esilio in Svizzera, paese in cui il geniale rivoluzionario russo era arrivato nell’agosto del 1914 e poco dopo lo scoppio delle ostilità, risultava l’egemonia politica ed economica su scala europea e mondiale: in una polemica del 1916 con il bolscevico Juri Pjatakov, Lenin annotò con esplicita approvazione “un eccellente definizione” (sue parole testuali) resa da Carl Kautsky poco prima dello scoppio della guerra, indicante che “in una guerra tra Germania e Inghilterra la questione non è la democrazia, ma il dominio mondiale, lo sfruttamento del mondo” (V.I. Lenin “Interno a una caricatura del marxismo e dell’economicismo imperialista”).

Sempre evidenziando la responsabilità dell’imperialismo britannico nel lungo processo politico, militare ed economico che dal 1898 al 1914 portò all’avvio del primo conflitto mondiale, Ferguson ha sottolineato altresì come a partire dal 1905 la politica estera britannica ebbe come suo fulcro l’individuazione (corretta) dell’imperialismo tedesco come nemico principale su scala mondiale, da indebolire a ogni costo e anche alleandosi con quella Russia zarista con cui Londra si era scontrata, direttamente o indirettamente, per almeno un secolo in Europa e in Asia centrale: anche alleandosi con un nemico storico della Gran Bretagna, come ammise apertamente fin dal 1906 il sopracitato lord Grey, ministero degli esteri inglese dal 1905 al 1916.

Rispetto a tale direttiva strategica di Grey e dell’imperialismo britannico, di cui egli costituiva un fedele mandatario politico, Ferguson ha sottolineato come “la diminuzione della potenza russa in seguito alla sconfitta con il Giappone e alla rivoluzione del 1905 gli rese le cose facili. In queste circostanze poté contare sull’appoggio dell’opposizione per i tagli alle spese per la difesa dell’India e in tal modo sbarazzarsi di quella che al Ministero della Guerra e al governo dell’India continuavano a pensare che la Russia fosse la vera minaccia alla frontiera nord-occidentale. Trovò anche un appoggio (e assai qualificato) nel colonnello William Robertson del Dipartimento di informazione del Ministero della Guerra, che si batté contro l’aumento degli impegni militari della Gran Bretagna in Persia o al confine afghano quando la Germania era la minaccia militare più seria.

Per secoli in passato ci siamo opposti a tutte le potenze che a turno avevano aspirato alla supremazia continentale; e nel contempo, e come conseguenza, abbiamo ravvivato la nostra sfera di supremazia imperiale. Un nuovo predominio sta ora crescendo, il cui centro di gravità è Berlino. Qualunque cosa ci aiuti a opporci a questo pericolo nuovo e formidabile sarebbe di inestimabile valore per noi.

Questo offrì a Grey l’occasione di attuare profondi mutamenti nella politica estera inglese.

Gli accordi immediati conclusi (tra la Russia e la Gran Bretagna) il 31 agosto 1907 riguardavano il Tibet e la Persia. Il primo divenne uno stato cuscinetto; l’altra fu divisa in sfere di influenza, il nord della Russia, il centro neutrale e il sud-est alla Gran Bretagna. Con le parole di Eyre Crowe, la finzione di una Persia unita e indipendente doveva essere sacrificata pur di evitare qualsiasi lite con la Russia. Per secoli in passato – per usare l’espressione di Robertson – la Gran Bretagna aveva anche cercato di opporsi all’estensione russa nei Dardanelli e anche in Persia e in Afghanistan. Ora, per il bene dei buoni rapporti con la Russia, tutto questo poteva essere abbandonato. Se le questioni asiatiche si sistemano favorevolmente, disse Grey al sottosegretario di Stato Sir Arthur Nicholson, i russi non avranno guai con noi riguardo all’ingresso del Mar Nero. La vecchia politica di chiuderle in faccia gli Stretti e rinfacciarle il suo peso a ogni conferenza delle potenze sarebbe stata abbandonata, anche se Grey rifiutò di dire con precisione quando.

Allo scopo di rafforzare il ruolo della Russia di contrappeso alla Germania su terra, Grey arrivò persino a manifestare segni di incoraggiamento alle tradizionali ambizioni russe nei Balcani. (Ferguson, op. cit., pp. 111-112).

“Supremazia imperiale”; accordi russo-inglesi di spartizione dell’Iran e del Tibet; individuazione da parte di Londra del “nuovo predominio” imperiale che “sta crescendo a Berlino” e l’asserita necessità per l’imperialismo britannico di “opporsi a questo pericolo nuovo e formidabile”: sembra quasi che il geniale marxista Lenin avesse avuto superpoteri di conoscere in segreto le reali motivazioni strategiche degli imperialismi britannico e tedesco tra il 1898 e il 1914, quando elaborò compiutamente in terra svizzera la sua analisi dell’imperialismo e della weltpolitik nel biennio 1914-1916.

Lenin comprese infatti alla perfezione come la guerra del 1914 fosse la prosecuzione della politica con altri mezzi, con mezzi violenti (Clausewitz), e che la politica condotta dai nuclei dirigenti politici delle potenze imperialistiche – ivi compresi gli Stati Uniti e il Giappone – dopo il 1870 e fino al 1914 fosse una politica imperialistica e “l’espressione concentrata” di precisi interessi economici della borghesia e del capitale finanziario: una tesi vera e innegabile che è stata confermata e corroborata (Popper) in seguito da un secolo di altre esperienze concrete, di invasioni e occupazioni imperialistiche, di guerre più o meno sotterranee tra le grandi potenze e, non certo ultimo fattore per importanza, dal secondo conflitto mondiale.

A questo punto si può ormai passare all’individuare di alcune tesi e punti  fermi, importanti ma di regola poco noti, del processo di analisi sull’imperialismo effettuata da Lenin.

Non mi riferisco alla sua ormai classica definizione dell’imperialismo, intesa correttamente come “stadio monopolistico del capitalismo” con i suoi “cinque principali contrassegni” e cioè:

  1. La concentrazione della produzione del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli (trust, multinazionali, ecc.) con funzione decisiva nella vita economica;
  2. La fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario” di un’oligarchia finanziaria (credo che qui in Svizzera, ma non certo solo da voi, tale definizione leninista risulti ormai particolarmente chiara e veritiera…);
  3. La grande importanza acquisita dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;
  4. Il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali, che si ripartiscono il mondo (le multinazionali, gli istituti finanziari e le compagnie di assicurazione che operano su scala mondiale, ecc.);
  5. La compiuta ripartizione della terra, di tutto il nostro pianeta, “tra le più grandi potenze capitalistiche” (V. I. Lenin), “Imperialismo fase suprema del capitalismo” (cap. VII).

Dal 1914-16 fino ad oggi, un secolo intero di esperienze storiche concrete e ripetute ha mostrato via via la validità e l’esattezza del processo di definizione leninista rispetto all’imperialismo: mi soffermerò pertanto su altri “anelli” e “reti” teoriche di Lenin, a partire dall’individuazione geniale da parte sua della tendenza generale allo sviluppo diseguale all’interno delle potenze capitalistiche: un tema che buona parte della sinistra “antagonista” preferisce non affrontare perché troppo legata alle tesi leniniste (non di Stalin, anche se riprese dal leader comunista georgiano) sulla possibilità di una rivoluzione socialista in un solo paese e – a determinate condizioni – della possibile costruzione del socialismo anche in un solo paese.

Lenin notò acutamente, nel suo “Imperialismo” del 1916, che la praxis concreta del 1870-1916 mostrava chiaramente come le diverse potenze imperialistiche si sviluppassero sul piano economico (e militare, militar-tecnologico, di conseguenza) con ritmi e tassi di sviluppo assai diversi, acquisendo saggi di incremento del loro potenziale globale economico (e militar-tecnologico) molto differenti tra loro: una simmetria profonda che non solo costituiva una realtà innegabile sul piano mondiale ma anche e simultaneamente una sorta di “faglia tettonica” profonda, che con il tempo preparava in modo cumulativo e continuo dei veri e propri “terremoti” e dei salti di qualità rispetto al concreto rapporto di forze e alla correlazione di potenza concreta tra le diverse potenze imperialistiche, facendo in modo che alcune di esse risultassero in declino relativo rispetto ad altre, invece collocatesi via via in una posizione politicamente  vantaggiosa di ascesa relativa rispetto alle prime.

Tale era il caso concreto della Germania, in ascesa rispetto alla declinante potenza mondiale numero uno britannica, nel periodo compreso tra il 1870 e il 1914: uno studioso anticomunista come Stevenson ha ammesso ad esempio che se in termini di produzione di acciaio la Germania nel 1870 fabbricava solo la metà dell’out put britannico in tale settore strategico, già nel 1913 il rapporto di forza ormai risultava rovesciato a favore dei tedeschi, con una produzione doppia rispetto a quella dell’imperialismo inglese.

Un’ulteriore conseguenza e sottoprodotto della legge dello sviluppo diseguale dell’imperialismo, nelle sue reti e filiali nazionali, risultava un tasso crescente di instabilità e di tensioni politico economiche tra le diverse potenze imperialistiche, in un sempre più elevato – in proporzioni e rapporto mediato con i diversi ritmi di sviluppo economici e tecnologici, sia in campo civile che militare – livello di conflittualità particolarmente evidente tra gli stati in ascesa (relativa) e declino (relativo) e, a maggior ragione, tra le grandi potenze imperialiste in via di declino relativo e quelle invece in fase di “sorpasso” rispetto a queste ultime: un fenomeno già notato, in un ben diverso contesto strategico, dal grande storico greco Tucidide, rispetto allo scontro pluridecennale avvenuto tra la potenza (in ascesa) dell’Atene schiavista del V secolo a.C. e quella di Sparta in un declino relativo.

La legge dello sviluppo diseguale nel 1870-1914 ridisegnò via via (e ridisegna tuttora) i rapporti di forza globali tra le diverse potenze imperialistiche, provocando nel medio e lungo periodo sia una trasformazione delle loro strategie generali e delle loro aspettative, ambizioni e appetiti politico-economici che una crescita parallela delle tensioni e degli scontri al loro interno, in una prima fase sottoforma “molecolare” (Gramsci) e in seguito attraverso un processo che culminava in salti di qualità e fasi di “scoppio” esplosivo: le guerre imperialistiche pertanto costituiscono a loro volta uno dei sottoprodotti anche della legge dello sviluppo diseguale, assieme a quella concorrenza e conflittualità “normale” (Marx, Manifesto del Partito Comunista) esistente costantemente al loro interno.

Sarebbe a mio avviso, come di Massimo Leoni e Daniele Burgio, necessaria in un’analisi specifica di tale tematica, come del resto sulla tesi del 1915 di Lenin (“sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa”) per cui “l’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo e risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente”.

Sarebbe forse utile anche lo studio dell’applicazione da parte di Lenin della teoria dello sviluppo diseguale anche al movimento operaio, con lo spostamento progressivo del centro di gravità rivoluzionario da occidente verso oriente: dall’Inghilterra del cartismo (1830-1846) alla Francia del 1848-1871, fino al periodo in cui dopo il 1871 (si legga lo scritto di Lenin “La terza Internazionale e il suo posto nella storia”) il movimento operaio tedesco conquistò l’egemonia nel movimento operaio internazionale, quando ancora la Germania risultava assai indietro rispetto all’Inghilterra e alla Francia dal punto di vista dello sviluppo capitalistico; fino al nuovo “passaggio di testimone rivoluzionario dalla Germania alla Russia nel 1905-1917, quando” (e per un lungo periodo…) “l’egemonia nell’internazionale rivoluzionaria proletaria” passò alla “Russia arretrata” sul piano economico, come sottolineò Lenin nel 1919.

Ma queste due tematiche ci porterebbero troppo lontano: meglio tornare al processo di analisi dell’imperialismo.

Strettamente collegata alla tendenza e allo sviluppo diseguale, un’altra stimolante categoria e “rete” di interpretazione leninista del processo di sviluppo/decadenza contraddittoria dell’imperialismo e della sua continua competizione globale (tendenza che si confronta costantemente con la controtendenza dell’interdipendenza economica tra le diverse potenze mondiali) risulta la tendenza alla distribuzione diseguale e l’asimmetria esistente nel processo di acquisizione del “territorio” e delle sfere di influenza specifiche da parte delle diverse potenze imperialistiche, in base a diseguali e mutevoli rapporti di forza.

Come notò giustamente Lenin, il processo su scala planetaria di acquisizione brigantesca e predatoria delle sfere di influenza dal 1870 si verifica in base ai rapporti di forza economici e militari diseguali e asimmetrici creatisi via via tra le diverse potenze mondiali; correlazione di potenza che tra l’altro via via si modificano (e si modificano tuttora…) in base e in conseguenza della legge dello sviluppo diseguale sopra esaminata. Rileggiamoci il grande rivoluzionario russo quando nel capitolo VI del suo Imperialismo si vede chiaramente come tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo la spartizione del mondo fosse ormai totale. I possedimenti coloniali crebbero a dismisura dopo il 1876, da 40 a 65 milioni di chilometri quadrati, cioè ben più di una volta e mezza. Questo aumento ascende per le sei grandi potenze a 25 milioni di chilometri quadrati, vale a dire una volta e mezzo la superficie della madre patria (16,5 milioni).

Nel 1876 tre Stati non avevano alcuna colonia, e un altro, la Francia, quasi nessuna. Nel 1914 quasi quattro paesi possedevano colonie per 14,1 milioni di chilometri quadrati, cioè circa una volta e mezza l’Europa, con una popolazione di circa 100 milioni di uomini. Pertanto l’ineguaglianza dell’estensione dei possedimenti coloniali è molto grande. Se si confrontano, per esempio, la Francia, la Germania e il Giappone, che non differiscono molto per superficie e popolazione, risulta che la Francia ha acquistato come superficie quasi tre volte più di colonie che la Germania e il Giappone presi insieme. Ma la Francia all’inizio del detto periodo era assai più ricca di capitale finanziario che non, forse, la Germania e il Giappone presi insieme. Oltre alle condizioni economiche, e in base a queste, influiscono sulla grandezza del possesso coloniale anche le condizioni geografiche, ed altre. Benché negli ultimi decenni sia avvenuto, sotto l’influenza della grande industria, dello scambio e del capitale finanziario, un forte livellamento in tutto il mondo, e si siano pareggiate nei vari paesi le condizioni di economia e di vita, tuttavia persistono non poche differenze. Tra i sei paesi summenzionati troviamo dei giovani paesi capitalisti in rapidissimo progresso, come l’America, la Germania e il Giappone; altri in cui il capitalismo è antico, e che negli ultimi tempi si sono sviluppati assai più lentamente dei primi, come la Francia e l’Inghilterra e infine un paese, la Russia, il più arretrato nei riguardi economici, dove il più recente capitalismo imperialista è, per così dire, avviluppato da una fitta rete di rapporti precapitalistici”.

Nel IX capitolo Lenin elaborò le conclusioni – corrette e inevitabili – di tale analisi notando che “in regime capitalistico non si può pensare a nessun’altra base per la ripartizione delle sfere di interesse e di influenza, delle colonie, ecc. che non sia la valutazione della potenza dei partecipanti alla spartizione, della loro generale potenza economica, finanziaria, militare, ecc. Ma i rapporti di forza si modificano, nei partecipanti alla spartizione, difformemente, giacché in regime capitalista non può darsi sviluppo uniforme di tutte le singole imprese, trust, rami d’industria, paesi, ecc. Mezzo secolo fa (nel 1866) “la Germania avrebbe fatto pietà, se si fosse confrontata la sua potenza capitalistica con quella dell’Inghilterra d’allora: e così il Giappone rispetto alla Russia. Si può immaginare che i rapporti di forza tra le potenze imperialistiche rimangano immutati? Assolutamente no”.

In questo campo specifico, e cioè nel mutevole e contraddittorio processo di distribuzione del bottino tra i “predatori” e i diversi briganti imperialistici, vige costantemente la legge dei rapporti di forza politico-militari, economico-tecnologici e finanziari, con la derivata e necessaria “legge di Brenno”, e il suo esplicito “guai ai vinti”: giustamente Lenin sottolineò, anche nel suo scritto “Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa”, che “in regime capitalistico non è possibile altra base, altro principio di spartizione che la forza”, aggiungendo subito che “per mettere alla prova la forza reale di un paese capitalistico, non c’è e non può esservi altro mezzo che la guerra”.

Sarebbe interessante nel prossimo futuro sviluppare un’analisi comparata tra la situazione esistente nel mondo attorno al 1914 e quella attuale, utilizzando un modo creativo e non  dogmatico di criteri di analisi leninista rispetto a tematiche ancora sconosciute al grande rivoluzionario russo quali:

  • Il processo di creazione su vasta scala, dopo l’agosto del 1945, di tremende armi di distruzione di massa (atomiche, chimiche e batteriologiche);
  • La diffusione multipolare delle armi nucleari e lo “stallo atomico” che ne è derivato, a partire dal 1945-57 e fino ai nostri giorni;
  • Il tentativo statunitense di superare a proprio vantaggio egemonico tale particolare “stallo atomico” e la mutua distruzione assicurata (MAD) attraverso la corsa al riarmo nello spazio e le guerre stellari di Reagan, Clinton e Obama;
  • Il declino relativo – a tratti assoluto – dell’imperialismo statunitense dal 1965 fino ai nostri giorni;
  • L’emergere nel 2010 di una nuova potenza “numero 1” a livello economico nel nostro pianeta, e cioè la Cina (prevalentemente) socialista, come ammesso persino da un rapporto della Banca Mondiale dell’aprile 2014;
  • La strategia cinese tesa ad evitare che il veloce declino e il probabile/prossimo collasso del capitalismo statunitense trascini di nuovo il mondo in un terzo e apocalittico scenario bellico-atomico, nell’”ipotesi Armageddon”;
  • La “controstrategia del caos” degli attuali dirigenti politici statunitensi, tesa a creare il disordine generalizzato e a innescare mezzi proteiformi a spirale, crescenti di tensione in alcune aree strategiche del globo: Siria e Iraq con i terroristi dell’ISIS armati e foraggiati per anni dagli USA, Venezuela, Argentina (i “fondi avvoltoio” made in USA), Ucraina e l’appoggio statunitense ai nazisti della zona, isole di Diaoyu poste al confine tra la Cina e il Giappone, ecc.;
  • La “guerra informatica” condotta su scala planetaria (Echelon, caso Snowden) dall’imperialismo statunitense e dai suoi alleati contro le non-anglosassoni.

C’è spazio per un dibattito ampio e per una profonda riflessione tra i marxisti. Voglio però subito sottolineare il dato politico centrale per il genere umano e i lavoratori di tutto il mondo, e cioè che attualmente – come nel 1913 e nei primi mesi del 1914 – il pericolo di una guerra mondiale risulta purtroppo tutt’altro che escluso, a causa fondamentalmente dell’imperialismo statunitense e dell’attuale  disastrosa weltpolitik (o weltpolitik se volete) di Washington.

Dobbiamo alzare subito e di molto il livello di guardia e di attenzione e non creare illusioni.

Forse molti compagni sono a conoscenza che nel 1914 lo studioso Norman Angell arrivò fino al punto di sostenere in buona fede che una guerra mondiale non risultava possibile a causa delle fitte relazioni economiche esistenti tra le diverse potenze mondiali e delle disastrose conseguenze di un eventuale conflitto bellico su vasta scala: il tutto solo pochi mesi prima dell’agosto del 1914, nel suo libro intitolato In modo involontariamente ironico “La grande illusione” si tratta di una “grande illusione” e di una tesi che è stata ripresa molto meno in buona fede, seppur con un totale e identico fallimento teorico, da Thomas Freidman nel 1999 con la sua teoria “del McDonald’s antiguerra”, tesa ad addormentare le coscienze dei lavoratori.

Secondo Freidman, infatti, non risultava possibile una guerra fra nazioni al cui interno operassero dei McDonald’s: dopo soli pochi mesi, tuttavia, gli USA e la patria dei McDonald’s bombardarono a tappeto con i loro alleati – Italia in testa – la Jugoslavia, proprio mentre a Belgrado potevano essere acquistati e venduti da alcuni anni i prodotti della sopracitata multinazionale statunitense.

Era solo fumo negli occhi e una forma di inganno contro la volontà di pace dei popoli. Tutto questo ciarpame – come del resto le tesi della “fine della storia” elaborate nel 1992 da Fukujama – si è dimostrato in breve tempo “solo una forma illusoria, di spazzatura ideologica e culturale. In ogni caso bisogna sviluppare tra i giovani e i lavoratori la coscienza collettiva della gravità oggettiva e fin troppo reale dell’attuale situazione politica planetaria, contraddistinta dal sinistro disegno globale statunitense che rischia di provocare fin da subito almeno una terza guerra mondiale “spezzettata”, secondo il giudizio parziale ma interessante dell’Espresso nell’agosto del 2014 dal leader indiscusso del Vaticano.

Siamo ancora in tempo per fermare tale opzione e deriva bellico-nucleare, soprattutto grazie al contropotere globale ormai esercitato su scala globale dai paesi Brics, con in testa la Cina popolare, ma a tal fine serve anche un nuovo livello di sviluppo della mobilitazione delle masse popolari e della classe operaia dell’Europa e del mondo occidentale, possibile e utilissima ma anche se non scontata. Bisogna lottare assieme e su scala europea, contro i focolai di guerra e contro la dissennata corsa al riarmo di marca statunitense accettata anche dalla borghesia europea italiana, come nel caso dei costosissimi F-35.

Come ha notato D. Stevenson rispetto al tragico 1914 e al periodo storico che preparò il primo macello mondiale, “un ciclo di preparativi militari in perenne aumento” (ripeto: un ciclo di preparativi militari in perenne aumento) “fu un elemento essenziale  della congiuntura che condusse al disastro. La corsa agli armamenti era un prerequisito necessario dello scoppio delle ostilità”.

A mio avviso la lotta su scala internazionale alle spese militari e ai nuovi armamenti, a partire da F-35 e “guerre stellari”, assieme alla battaglia per spegnere i principali focolai di guerra costituiscono i due primi “anelli” della catena che devono tirare i comunisti europei per contribuire a scongiurare il reale, concreto pericolo di guerra generalizzata che grava tuttora sul genere umano.

Grazie cari Compagni

Arnaldo Alberti

Amici, amiche,

Sono grato a Nicolas Fransioli e al Movimento per la pace che rappresenta perché mi dà l’occasione di rievocare come, e con quale intensità, un evento storico come la prima guerra mondiale abbia coinvolto la gente a noi più vicina. Prima d’entrare nel merito di fatti e ricordi vi propongo una riflessione su due realtà che riguardano l’uomo e, acconsentitemi questo termine, la sua strutture psichica. In situazioni d’estrema sofferenza la mente elabora, riducendoli a simboli, elementi importanti dell’ambiente in cui la guerra si combatte. Abbiamo avuto l’occasione di seguire per ore in TV programmi rievocativi nei quali ogni aspetto e ogni particolare della tragedia è stato, si può dire, ossessivamente mostrato sul piccolo schermo. La prima entità evocata ed esibita, a mio parere la più importante, è la trincea. Si scavava nella terra, e spesso questa grande madre è chiamata in causa, per trovare rifugio e protezione. E sotto ci s’infangava in una melma viscida, trascorrendo il tempo nell’ozio e aspettando. Si fumava, si mangiava, si dormiva, sempre aspettando. Aspettando cosa? Evidentemente la morte così che un luogo di protezione, paradossalmente, si trasformava in qualcosa di simile a una fossa in cui i cadaveri erano provvisoriamente seppelliti prima dell’inumazione rituale. In quel tempo non c’erano le scavatrici. Migliaia di chilometri di trincee erano sterrate a mano da centinaia di migliaia di uomini, alcuni coscienti, alcuni inconsapevoli, che quelle non erano trincee, erano fosse che avrebbero protetto solo cadaveri. I vivi uscivano per ricadervi dentro e morire.

Il privilegio di evitare il duro lavoro di scavo delle trincee e di scendervi per morire era riservato a pochi. I milioni di soldati erano braccianti, contadini, manovali o operai. Gli ufficiali che scendevano nelle trincee appartenevano a quel ceto medio che era appena uscito dalla povertà e aspirava, con la guerra,  a raggiungere uno stato sociale che garantiva sicurezza. Le armate, su entrambi i fronti, erano strutturate in gerarchie verticali. La loro organizzazione rispettava rigorosamente i privilegi di classe. Più si era ricchi, più ci si allontanava dal fronte e dalla trincea, in sintesi ci si scostava dal rischio di morire.

Abbiamo visto in TV le masse dei coscritti italiani nelle stazioni ferroviarie. Partivano, verso i luoghi dei massacri e delle carneficine, entusiasti, cantando e ridendo. Sembrava che avessero letto Marinetti e inteso il senso profondo del futurismo che definiva la guerra “igiene dei popoli”. I treni erano composti di vagoni con tre classi. Nella prima classe viaggiavano quelli che non sarebbero morti: ufficiali superiori d’alto grado che servivano nelle retrovie o seduti comodamente in uffici degli stati maggiori. I ricchi perciò andavano in guerra cantando: loro erano sicuri di tornare. In seconda classe viaggiavano gli ufficiali appartenenti al citato ceto medio emergente. Anche loro cantavano ricordando la miseria e lo stato sociale dal quale erano appena usciti. Speravano che il loro eroismo sarebbe stato ricomensato con il libero accesso alla classe dei più ricchi (oggi diremmo a quella dei manager). In terza classe viaggiavano i milioni di poveracci; quelli  che avrebbero sostituito l’inferno e la schiavitù del lavoro con la dannazione nelle trincee. Chi era condannato all’inferno della trincea e veniva dai campi, dai cantieri e dalle fabbriche, cantava anche lui: era felice che ogni giorno, con una puntualità e disciplina militare, gli servivano la galba (così si chiamava il pasto in servizio), era soddisfatto dell’ozio, o del riposo che gli era concesso fra un attacco e l’altro. Stare in trincea era evidentemente più comodo che subire l oppressione del lavoro sfiancante sui cantieri, nelle fabbriche, nelle miniere  e nei campi. I treni avevano un solo vagone lussuoso di prima, due o tre di seconda e innumerevoli di terza classe.

Faccio un tentativo ora di provare e  testimoniare chi effettivamente erano questi signori che sui treni viaggiavano in prima classe. Uno di essi era senza dubbio il generale Ulrich Wille, eletto l’8 agosto 1914 dall’Assemblea federale comandante dell’esercito svizzero.

Negli anni 80 del secolo scorso scrissi “La famiglia di Beatrice” : il mio secondo romanzo nel quale appare questa personaggio. Leggo, dal primo capitolo l’episodio della cerimonia di congedo, dopo il servizio dal ’14 al ’18, del reggimento ticinese:

Il generale, lo leggiamo da Wikipedia, nel 1912 era stato ricevuto personalmente dall’imperatore Guglielmo II e pochi anni prima aveva sposato Clara von Bismark, parente dell’ex cancelliere tedesco Otto von Bismark. Il 20 luglio 1915 scrisse una missiva al Consiglio federale in cui preconizzava l’entrata in guerra della Svizzera a fianco degli imperi centrali. Niklaus Meienberg, un giornalista di sinistra, collaboratore della Wochenzeitung, nel 1987 pubblicò un libro dal titolo “Die Welt als Wille und  Wahn” nel quale porta le prove della demenza senile del generale (chi poco più di uno svanito avrebbe rivolto parole così sciocche ai soldati ticinesi?) Ma Meienberg, morto suicida, dimostra anche il tramandarsi nella famiglia Wille, quasi come un marchio genetico, dell’amore per il popolo tedesco e dell’ammirazione del figlio del generale, anche lui un Ulrich, generale comandante di corpo d’armata a tre stelle e sospetto informatore regolare di Hitler e del suo stato maggiore sulle posizioni e la prontezza dell’esercito svizzero. Meienberg nel suo libro ricorda i 17 soldati svizzeri fucilati per spionaggio. Tutti poveracci appartenenti al Lumpenproletariat, al proletariato degli straccioni. Invece al figlio del generale, che prima della guerra aveva raccolto fra gli accoliti e i simpatizzanti svizzeri di Hitler una somma enorme per aiutare i gerarchi del nazismo nelle loro onorevoli opere, non accadde niente. Anzi, liberato dal servizio dopo la guerra, fu addirittura nominato presidente della Pro Juventute dove compì la sua opera fedele allo spirito nazifascista. Progettò e diresse infatti con questa  onorevole associazione la sottrazione dei figli dei Room svizzeri, delle madri nubili e delle donne con problemi per internarli in istituti religiosi dove accadde, in fatto di vessazioni a  bambini e bambine minorenni, di tutto e di più.

Il secondo protagonista, in ordine d’importanza, già per il suo carattere mitico che ha assunto nella memoria, è mio zio Andrea. Fratello di mio nonno, gli si contrapponeva per il suo carattere ribelle a ogni genere d’autorità. Mio nonno paterno era guardia di confine, ligio al dovere, integrato e tanto patriota da chiamare un figlio Ulrico, lo stesso nome del generale, un altro  Gottardo, non in ricordo del santo ma del massiccio delle Alpi, fortificato e sicuro e mio padre Reno, il nome del fiume che segnava confini che lui credeva invalicabili ma che il generale Wille aveva tramato affinché fosse violato, con la neutralità,  dai tedeschi a settentrione e a oriente del paese. Andrea, che nessuno della famiglia sapeva cosa faceva e di cosa viveva, fu mobilitato e da Taverne, a titolo gratuito, andò a Bellinzona, luogo in cui gli arruolati si organizzavano prima di partire a difendere le frontiere. Il generale Wille, in un momento di lucidità, aveva ordinato che le truppe ticinesi fossero dislocate proprio sul Reno, di fronte alle truppe prussiane che avevano fama d’essere composte da terribili soldati, per lo più superuomini addestrati ad una disciplina senza compromessi. E’ chiaro e scontato che i ticinesi son bravi soldà e c’è persino una canzone che lo conferma. Tuttavia, e non è per perfidia, per combattere una guerra ci vogliono tutt’altro che bravi soldati.  Ad esempio ci vogliono combattenti come mio zio Andrea che marciava in buon ordine da Bellinzona in direzione di Basilea. Arrivato ad Arbedo s’accorse che gli si era slacciato uno scarpone. Usci dalla colonna e si chinò per riallacciare la stringa. Il capitano, che a cavallo seguiva e controllava la compagnia, gli si avvicinò da dietro, gli diede una pedata sulla schiena che lo stese con la faccia nella ghiaia (le strade in quel tempo non erano ancora asfaltate). Mio zio non ne fu particolarmente contento. Si rialzò, rincorse per pochi passi il cavallo, agguantò il capitano esterrefatto, lo strappò giù dalla cavalcatura e gli assestò un paio di pugni da conciargli la faccia per alcune settimane. La colonna evidentemente s’era fermata, l’ufficiale s’era rialzato, rimontò a cavallo e mio zio fu riaccompagnato, con grande rispetto, a Bellinzona. Di lì lo misero su un treno, nemmeno in un vagone di terza classe ma in uno postale dove c’era una cella per il trasporto di detenuti. Fu il solo ticinese ad andare a Basilea col treno e ciò non è male se si pensa a quelli che la trasferta l’hanno fatta tutta a piedi. Fu processato ed espulso dall’esercito perché elemento pericoloso sebbene, e il suo gesto lo prova, sarebbe stato uno dei pochi coraggiosi atti al combattimento. A confermarlo qui oggi è un suo nipote che sicuramente mio zio Andrea avrebbe definito degenero, perché in servizio è stato promosso addirittura al grado di maggiore.

E un altro personaggio di notevole statura che vi propongo, sebbene a quel tempo era esile e minuto, è mia madre. Una bambina di due anni che alla fine della grande guerra contrasse l’influenza spagnola. Fu una pandemia che in Europa provocò decine di milioni di morti. La prova che lei sopravvisse è oggi qui davanti a voi a parlarvi. Una prozia, sorella di sua madre mi raccontò che nel delirio di una febbre altissima chiedeva insistentemente un bencoin de ris: una briciola di riso da mangiare. La febbre le dava appetito. Invece al protagonista di un racconto fattomi da un anziano amico di montagna, un comunista che annualmente andava a Mosca in pellegrinaggio e che morì proprio per una polmonite che s’era beccata nella capitale sovietica, la febbre gli dava sete. Fiore, così  si chiamava il mio amico comunista di montagna, mi raccontò che il giovane ammalato di spagnola, per placare la sete, di notte s’era alzato dal letto ed era andato a bere l’acqua di un ruscello vicino a casa sua. Lo trovarono il giorno dopo, morto sull’erba del greto.

Al fianco di mia madre bambina vi è una grande figura mitica che forse la sovrasta: quella di suo padre: un nonno che io non ho conosciuto. So che era minatore, con la funzione di capovolata. Era bergamasco e probabilmente aveva una sua squadra di minatori italiani itineranti. Da bambino ricordo che mi avevano regalato, come giocattolo, la sua lampada a carburo e vedo ancora, sulla parete del salotto buono di mia nonna, un medagliere. Vi erano appuntati i distintivi del Lötschberg, del Sempione, dell’Auenstein e di altre gallerie minori che lui aveva scavato. Terminato il lavoro in galleria andava in Belgio e scendeva per centinaia di metri sottoterra a scavare carbone: il combustibile che muoveva i treni sotto le sue gallerie. Treni con vagoni di tre classi ed era scontato che lui, dal Ticino al Belgio, viaggiava per ore seduto sulle panche di legno di terza classe. Un giorno lo riportarono a casa. Era paralizzato a metà. Letteralmente, metà del suo corpo non si muoveva più. La silicosi, contratta nel respirare la polvere delle gallerie alpine svizzere, l’aveva ridotto in quello stato. A quel tempo non c’era cassa malati, non c’era assicurazione invalidità, non c’era niente. Mia  madre gli voleva bene. Fu lei a dirmi che non le piacevano i giacinti. Da ragazza ne aveva avuto uno sulla credenza. Fiorì proprio il giorno che suo padre morì.

Ma torniamo a lei bambina che andava a scuola nelle prime classi elementari. Mia nonna era sigaraia alla Fabbrica Tabacchi di Brissago. Guadagnava, negli anni immediatamente dopo la prima guerra, 2 fr. e 50 cts al giorno: il salario per dodici ore di lavoro continuo, a cottimo, senza l’interruzione per il pranzo. Mia madre, bambina, uscita dalla scuola per la pausa di mezzogiorno, andava in fabbrica. Era uno stanzone infinito, con decine di sigaraie sedute a un tavolo ad arrotolare sigari. Mia madre si sedeva in terra, come decine di altri bambini e bambine e sua madre le dava giù del pane, del formaggio e una mela quando c’era. Quando si rievocano queste scene ogni parola di commento è inutile e disturba.

Vi ringrazio per l’attenzione.

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